AZZERAMENTO, RESTAURAZIONE O RIVOLUZIONE

David R Shah, Direttore editoriale

Luglio 2020

A credere in tutto ciò che viene scritto molte cose non sarebbero più le stesse alla fine di questa pandemia. Tuttavia, non è la prima volta che guardiamo in faccia il disastro e l’auspicata trasformazione. Come dimostrato dalla crisi finanziaria del 2008, ci vuole molto più della speranza per cambiare il mondo. Dobbiamo dunque resettare o restaurare? Nessuno è in grado di dare una risposta a questo quesito perché nessuno sa cosa succederà quando il coronavirus sarà stato sconfitto – o quando e se sarà trovato un vaccino. Il miglior profeta, come scrisse Thomas Hobbes, è il miglior indovino. Ma una cosa è certa: ciò che il consumatore cerca oggi è sicurezza, affidabilità e chiarezza.

Dobbiamo accettare che la pandemia e il conseguente danno non hanno necessariamente cambiato il mondo, essi hanno piuttosto accelerato delle tendenze che stavano già condizionando il business. Per quanto riguarda la deglobalizzazione, le imprese erano già da qualche tempo impegnate a ridurre la propria esposizione in paesi ad alto rischio geopolitico o sanitario. Parliamo di dati da molti anni e questi non possono che incidere ancora più pesantemente sulle nostre vite. In termini puramente aziendalistici, tutto ciò che promette di ridurre gli scarti e di minimizzare i rischi deve essere un valore. Il virus ha anche spalancato le porte a un esercito robotizzato e la forza lavoro post-Covid potrebbe essere molto diversa. Le crisi economiche hanno il vezzo di stimolare l’automazione.

E la moda? Le previsioni del resoconto State of Fashion 2020 aggiornato alla crisi Covid-19   di Business of Fashion e McKinsey & Company segnalano una contrazione del 27/30%. La moda ha attraversato momento non facili, ma “fare la cosa giusta” non è più solo la regola del 2019, essa sta caratterizzando anche molte delle risposte dell’industria alla pandemia 2020. 

Tutte le manifestazioni tessili di questa stagione erano guidate dall’impulso verso la sostenibilità e l’eco-responsabilità. Ma, anche se il dialogo sul cambiamento climatico sembra essersi acquietato a causa della crisi sanitaria e della conseguente crisi economica, possiamo stare certi che la sostenibilità, in tutte le sue forme e metodologie, è ancora fermamente in auge.

Quali sono dunque le prospettive dell’industria fashion? Possiamo affermare con una buona dose di sicurezza che il futuro della moda gira intorno a 10 punti chiave:

  1. Assisteremo a sempre più collaborazioni, alleanze, fusioni e acquisizioni tra brand.
  2. Tutto ciò che è digitale accelererà e il mercato all’ingrosso subirà un declino.
  3. I clienti cinesi torneranno e incideranno del 50% sul mercato del lusso, ma faranno gli acquisti online da casa.
  4. “Locale” potrebbe essere il nuovo “nero” poiché vedremo meno collezioni e più piccole, assisteremo al reshoring e agli investimenti nelle manifatture locali. I modelli commerciali incentrati sul passeggio intenso nei centri delle città stridono con il distanziamento sociale.
  5. Fattori come longevità, potenziale di investimento e reputazione avranno un peso crescente nel processo decisionale del consumatore. Il commercio al dettaglio In season piano piano prevarrà.
  6. Sarà completamente stravolto il concetto di sfilata.
  7. Il digitale sarà una componente strategica delle vendite e delle presentazioni perché i buyer viaggeranno meno.
  8. Cresceranno le attività di vendita del “seconda mano”, del noleggio e dei prodotti che rispettano i criteri di sostenibilità trasparente.
  9. Non tramonteranno l’athleisure e l’abbigliamento per il tempo libero – specialmente perché il lavoro da casa diventerà la norma in molti settori.
  10. Lo scostamento verso capi più sobri e senza tempo alla fine farà strada all’esuberanza e all’eccesso – come il razionamento dei tessuti in tempo di guerra spianò la strada alla collezione New Look di Dior nel 1947.
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